Friday, October 23, 2015

幼児洗礼

幼児洗礼のカテケーシス 実行中継


①十字架のしるし

    ミサの初めに、入り口に聖水、朝起きる時、寝るまえに、食前食後の祈り


②聖人の取り次ぎ

   - 先祖のおかげ

   - 遺産 社会的制度、財産、文化

   聖人は、教会の制度、財産、文化を作った人たち

    笑美 ちゃんは日本文化とベトナム文化、両方を受け継ぎます。ダブル


③水の祝福  第三形式

    水素と酸素 安定した分子 氷と水蒸気(ガス)

     木の中に長い細胞 パイプとなり 葉っぱのてっぺんまでつながる

     ジュウースを飲む時のストロー という仕組み

      しずく 

笑美ちゃんが生まれてきたのは、偶然ではありません。どうしてもわが子がほしいという親心、親の強い願いがあったからこそ生まれてきたのです。

この世界は、神の親心によって創られました。私たちの生活にはそれを感じられるしるしはいっぱいあります。


④解放を求める祈り

    「原罪の絆から解かれる」笑美ちゃんは生まれてきたこの世界には悪への強い傾きがある。不完全な世界。幼稚園の時に感じ始める。

悪のとりこにならないチャンスが与えられます。

ー 宝くじのチャンス 何百万分の一

ー いちかばちか

ー正しい道の地図  迷路に迷子にならないために


⑤悪霊の拒否と信仰宣言

   赤ちゃんによいことと悪いことがある。お父さんはビールを飲まれますか?

   精神面   信仰生活、霊的生活にも良いことと悪いこと


⑥聖香油の塗油

   油を塗る 塗り薬  薬のタイプ 錠剤 内服する、注射、テンテキ

   古代オリンピックでは選手は、オリーブオイルを体に塗って戦いに挑んだ

   王様は油注がれた、社会のリーダーに必要な強さを表します

   祭司職、王職、預言職


⑦白衣

  ピカピカの一年生    信仰生活のピカピカの一年生


アーメン ⑴式文に対して、そのとおり ⑵そうなるように、そうであるように望みます。⑶日常生活の中でこの子に適切な服を着せていく決意  その面倒をみること約束


⑻ろうそく

  懐中電灯  人生の暗い時に使う


⑨ 握手 あくしゅ   野球場 劇場  世俗化

    



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Thursday, May 14, 2015

Liturgia come gioco 遊戯としての典礼

Capitolo primo LITURGIA E VITA: IL POSTO DELLA LITURGIA NELLA REALTÀ 
 Joseph RATZINGER, Introduzione allo spirito della liturgia, San paolo, 2001. 

 Che cosa si intende per «liturgia»? Che cosa avviene in essa? In quale tipo di realtà ci imbattiamo in essa? Negli anni Venti del 1900 si fece il tentativo di ricomprendere la liturgia come «gioco»; il punto di paragone era anzitutto il fatto che la liturgia, come il gioco, ha regole proprie e crea un suo mondo che vale quando si entra in essa e che poi, altrettanto naturalmente, viene meno quando il «gioco» finisce. Un altro punto di paragone era che il gioco è sì dotato di senso, ma allo stesso tempo è libero e, proprio per questo, ha in sé qualcosa di terapeutico, anzi, di liberatorio, dal momento che ci fa uscire dalla vita di tutti i giorni e dai fini che la caratterizzano, insieme con le costrizioni che questi ultimi comportano, liberandoci quindi, per qualche tempo, da tutto ciò che opprime la nostra vita lavorativa. Il gioco sarebbe, per così dire, un altro mondo, un'oasi di libertà in cui possiamo per un momento lasciar scorrere liberamente l'esistenza; di tali momenti di evasione dal potere del quotidiano noi abbiamo bisogno per riuscire a sopportarne il peso. In questo ragionamento c'è qualcosa di vero, ma una simile osservazione non può bastare. Infatti, se così fosse, sarebbe in fondo del tutto secondario a quale gioco giochiamo; tutto ciò che si è detto può essere applicato a qualunque gioco, il cui necessario e intrinseco legame al rispetto delle regole sviluppa subito la sua particolare fatica e conduce a situazioni a loro volta intricate; si pensi al mondo attuale dello sport, ai campionati di scacchi o ad altri giochi: dovunque si vede che il gioco, dal totalmente altro di un mondo diverso o di un non-mondo, subito diventa un pezzo di mondo, con sue leggi, sempre che non voglia perdersi in puri, vuoti trastulli. 
 C'è ancora un aspetto di questa teoria del gioco che merita di essere menzionato e che ci porta molto più vicino all'essenza particolare della liturgia: il gioco dei bambini appare in molti suoi aspetti una sorta di anticipazione della vita, un addestramento a quella che sarà la loro vita successiva, senza però comportare tutto il peso e la serietà di quest'ultima. Allo stesso modo la liturgia potrebbe ricordarci che noi tutti, davanti alla vera vita, cui desideriamo arrivare, restiamo in fondo come dei bambini o, in ogni caso, dovremmo restare tali; la liturgia sarebbe allora una forma completamente diversa di anticipazione, di esercizio preliminare: preludio della vita futura, della vita eterna, di cui Agostino dice che, a differenza della vita attuale, non è intessuta di bisogno e di necessità, ma in tutto e per tutto della libertà del donare e del dare. La liturgia sarebbe allora riscoperta del nostro vero essere bambini, dentro di noi, dell'apertura alla grandezza che ci sta davanti e che non è ancora compiuta con la vita adulta; essa sarebbe una forma ben definita della speranza, che anticipa la vera vita, che ci introduce alla vita autentica - quella della libertà, dell'immediatezza con Dio e della totale apertura reciproca. Così, essa imprime anche nella vita apparentemente reale di tutti i giorni i segni anticipatori della libertà, che rompono le costrizioni e lasciano trasparire il cielo sulla terra. 

  Una simile applicazione della teoria del gioco innalza la liturgia ben al di sopra del gioco in generale, in cui vive pur sempre l'anelito del vero «gioco», del totalmente altro di un mondo in cui ordine e libertà si fondono tra loro; rispetto alla superficialità del gioco usuale, prigioniero comunque delle proprie finalità e, insieme, umanamente vuoto, essa fa emergere la particolarità e l'alterità del «gioco» della sapienza, di cui parla la Bibbia e che si può quindi porre in rapporto con la liturgia. Ma ci manca ancora un contenuto essenziale di questo abbozzo, dato che il pensiero della vita futura vi compare per ora solo come un vago postulato e la vista di Dio, senza la quale la «vita eterna» sarebbe solo deserto, resta ancora del tutto indeterminata. Voglio quindi proporre un nuovo approccio, traendolo, questa volta, dalla concretezza dei testi biblici. 

  Nei racconti degli eventi che precedettero l'uscita di Israele dall'Egitto, così come delle modalità dell'esodo, emergono due diverse finalità di questo evento straordinario. Una, nota a tutti noi, è il raggiungimento della Terra Promessa, in cui Israele deve vivere finalmente libero e indipendente su una terra propria, tra confini sicuri. Accanto a essa compare però ripetutamente un'altra finalità. L'ordine che originariamente Dio dà al faraone è il seguente: «Manda via il mio popolo, perché mi serva nel deserto» (Es 7,16). Questa espressione - «Manda via il mio popolo, perché mi serva» - viene ripetuta con leggere varianti quattro volte, vale a dire in tutti gli incontri del faraone con Mosè e Aronne (Es 7,26; 9,1; 9,13; 10,3). Nel corso delle trattative con il faraone lo scopo si viene poi ulteriormente concretizzando. Il faraone si mostra disposto al compromesso. Per lui il problema è quello della libertà di culto degli israeliti, cui in un primo momento acconsente nella forma seguente: «Andate a sacrificare al vostro Dio nel paese» (Es 8,21). Ma Mosè - tenendo fede al comando di Dio - insiste nell'af-fermare che per il culto è necessario l'esodo. Il luogo in cui andare è il deserto: «Per un cammino di tre giorni andremo nel deserto a sacrificare al Signore, nostro Dio, come ci aveva detto» (8,23). Dopo le piaghe successive, il faraone si manifesta ancora più disponibile al compromesso. Ora concede che il culto abbia luogo secondo il volere della divinità, dunque nel deserto, ma vuole che a uscire siano solo gli uomini, mentre le donne e i bambini, così come il bestiame, devono rimanere in Egitto. In tal modo presuppone una prassi cultuale allora usuale, secondo cui solo gli uomini erano protagonisti attivi del culto. Mosè, però, non può negoziare con il sovrano straniero la modalità del culto, non può subordinarlo a un compromesso politico: la forma del culto non è una questione di concessioni politiche; esso ha in se stesso la propria misura, può essere regolato solo dalla misura della rivelazione, a partire da Dio. Per questo viene respinta anche la terza proposta di compromesso del faraone, che questa volta è disposto a concedere molto di più e acconsente che anche donne e bambini possano partire. «Solo restino il vostro gregge e il vostro armento» (10,24). Mosè ribatte che deve portare con sé tutto il bestiame, poiché «noi non sappiamo con che cosa servire il Signore finché non arriveremo laggiù» (10,26). In tutto ciò non si parla della Terra Promessa; unico scopo dell'esodo appare l'adorazione, che può avvenire solo secondo la misura di Dio e che, quindi, sfugge alle regole di gioco del compromesso politico. 

  Israele non parte per essere un popolo come tutti gli altri; parte per servire Dio. La meta dell'esodo è il monte di Dio, ancora sconosciuto, è il servizio da rendere a Dio. Ora si potrebbe obiettare che l'accento posto sul culto nel corso delle trattative con il faraone sarebbe stato di natura tattica. Lo scopo vero e ultimo dell'esodo non sarebbe stato cioè il culto, ma la terra, che costituisce anzi il vero oggetto della promessa fatta ad Abramo. Non credo che con ciò si renda giustizia alla gravità che si percepisce nei testi. In fondo, la contrapposizione di terra e culto è priva di senso: la terra viene data perché sia un luogo di culto del vero Dio. Il semplice possesso della terra, la semplice autonomia nazionale farebbero scendere Israele al livello di tutti gli altri popoli. Questa finalità porterebbe a disconoscere la specificità dell'elezione: l'intera storia dei libri dei Giudici e dei Re, ripresa e rispiegata nelle Cronache, mostra appunto che la terra come tale, presa in se stessa, resta ancora un bene indeterminato, che diventa vero bene, vero dono della promessa compiuta solo se vi regna Dio; se la terra non esiste come una sorta di stato autonomo, ma se è lo spazio dell'obbedienza, in cui si compie la volontà di Dio e così si realizza la giusta forma dell'esistenza umana. L'esame del testo biblico ci consente però di determinare ancora più precisamente il rapporto che intercorre tra i due scopi dell'esodo. L'Israele peregrinante non apprende ancora, dopo tre giorni (come era stato annunciato nel colloquio con il faraone), quale forma di sacrificio Dio pretenda da lui. Tre mesi dopo, però, «dall'uscita dei figli d'Israele dalla terra d'Egitto, in quel giorno, arrivarono nel deserto del Sinai» (Es 19,1). Il terzo giorno avviene allora la discesa di Dio sulla cima del monte (19,16.20). Ora Dio parla al popolo, gli manifesta la sua volontà nelle dieci sante parole (20,1-17) e stabilisce con Mosè l'alleanza (Es 24), che si concretizza in una forma minuziosamente regolata di culto. In tal modo lo scopo della peregrinazione nel deserto, annunciato al faraone, si è compiuto: Israele impara ad adorare Dio nel modo da Lui stesso voluto. Di tale adorazione fa parte il culto, la liturgia in senso stretto; ma essa richiede anche il vive-re secondo la volontà di Dio, che è una parte irrinunciabile della vera adorazione. «La gloria di Dio è l'uomo vivente, ma la vita dell'uomo è vedere Dio», afferma sant'Ireneo (Adv. haer. IV, 20,7), cogliendo esattamente ciò che avviene nell'incontro sulla montagna nel deserto: in definitiva è la vita stessa dell'uomo, dell'uomo che vive secondo giustizia, la vera adorazione di Dio, ma la vita diventa vita vera solo se riceve la sua forma dallo sguardo rivolto a Dio. Il culto serve proprio a questo, a offrire questo sguardo e a dare così la vita, che diventa gloria per Dio. 
  Tre cose sono importanti per la nostra questione: sul Sinai il popolo non riceve solo delle disposizioni cultuali, ma un ordinamento giuridico e una regola di vita completi. Solo in questo modo esso si costituisce come popolo. Un popolo senza un ordinamento giuridico comunitario non può sussistere. Esso precipita nell'anarchia, che è la parodia della libertà, il suo annullamento nell'arbitrio di ciascuno, che è la sua totale assenza di libertà. Nell'ordinamento dell'alleanza al Sinai - ed è il secondo punto - i tre aspetti del culto, del diritto e dell'ethos sono indissolubilmente intrecciati tra loro: è questa la loro grandezza, ma anche il loro limite, come si dimostrerà nel passaggio da Israele alla Chiesa dei pagani, in cui questo intreccio dovrà essere dissolto per dare spazio a una molteplicità di forme giuridiche e ordinamenti politici. Ma dopo questo inevitabile smembramento, che in epoca moderna ha portato infine alla totale secolarizzazione del diritto e che ha voluto escludere completamente ogni riferimento a Dio nell'elaborazione del diritto, non si può certo dimenticare che davvero esiste una fondamentale correlazione interna fra questi tre ordinamenti: un diritto che non si basi sulla morale diventa ingiustizia; una morale e un diritto che non prendano le mosse dal riferimento a Dio degradano l'uomo, perché lo priva-no della sua misura più elevata e della sua possibilità più alta, perché gli negano la visione dell'infinito e dell'eterno: con questa apparente liberazione egli viene sottoposto alla dittatura della maggioranza dominante, a criteri umani contingenti che finiscono per fargli violenza. Arriviamo così a una terza constatazione, che ci riporta al nostro punto di partenza, alla questione dell'essenza del culto e della liturgia: un ordinamento delle cose umane che non conosce Dio sminuisce l'uomo. Per questo culto e diritto non possono essere completamente separati tra di loro: Dio ha diritto alla risposta dell'uomo, all'uomo stesso, e dove questo diritto di Dio scompare del tutto si dissolve anche l'ordinamento giuridico umano, perché gli viene a mancare la pietra angolare che tiene insieme il tutto. 

  Che cosa significa allora tutto ciò per la nostra domanda sulle due finalità dell'Esodo, in cui viene ultimamente affrontata la questione dell'essenza della liturgia? È evidente che quel che è accaduto sul Sinai, durante la sosta nella peregrinazione attraverso il deserto, è costitutivo per il senso che avrà l'insediamento nella Terra Promessa. Il Sinai non è una stazione intermedia, una pausa nella marcia verso ciò che interessa davvero, ma offre per così dire quella terra interiore, senza la quale l'esteriore resta inabitabile. Solo perché Israele è costituito come popolo grazie all'alleanza e alla legge di Dio che essa contiene, solo perché ha ricevuto la forma comunitaria della vita retta, la terra può divenire per lui davvero un dono. Il Sinai resta presente nella terra; nella misura in cui la sua realtà va persa, anche la terra viene interiormente persa, fino alla condanna all'esilio. Tutte le volte che Israele viene meno al giusto culto di Dio, volgendosi agli idoli -ai poteri e ai valori mondani -, viene meno anche la sua libertà. Può vivere nella sua terra e tuttavia è come se fosse in Egitto. Il semplice possesso della propria terra e del proprio stato non garantisce la libertà, può divenire una brutale schiavitù; ma quando lo smarrimento della legge è totale, finisce per perdere anche la terra. Quanto il «servire Dio», la libertà del giusto culto di Dio - che di fronte al faraone appare come l'unico scopo dell'uscita dall'Egitto -, sia davvero ciò di cui tratta nell'Esodo, lo si può vedere in tutto il Pentateuco: questo vero e proprio «canone nel canone», il cuore della Bibbia di Israele, si svolge tutto al di fuori della Terra Santa. Esso si conclude ai margini del deserto, «al di là del Giordano», dove Mosè riassume di nuovo il messaggio del Sinai. Diventa così evidente qual è il fondamento del permanere nella Terra, la condizione per poter vivere in comunità e in libertà: lo stare nella legge di Dio, che ordina le cose umane secondo giustizia, plasmandole a partire da Dio e per Dio. 

  Che significa tutto ciò per il nostro problema? Anzitutto si vede ancora una volta che il «culto», inteso nella sua vera pienezza e profondità, va ben oltre l'azione liturgica. Esso in definitiva abbraccia l'ordine di tutta la vita umana, nel senso delle parole di Ireneo: l'uomo diventa glorificazione di Dio, lo mette per così dire in luce (ed è questo il culto), quando vive guardando a Lui. D'altra parte è vero che il diritto e la morale non stanno insieme se non sono ancorati nel centro liturgico e non traggono da esso ispirazione. Che tipo di realtà troviamo allora nella liturgia? Possiamo dire anzitutto che chi elimina Dio dal concetto di realtà è solo apparentemente un realista. Egli astrae da Colui in cui noi «viviamo, ci muoviamo e siamo» (At 17,28). Ciò significa che solo se il rapporto con Dio è giusto anche tutte le altre relazioni dell'uomo - quelle degli uomini tra di loro e dell'uomo con le altre realtà create - possono funzionare. Il diritto - lo abbiamo già visto - è costitutivo per la libertà e la comunità; il culto, vale a dire il giusto modo di rapportarsi a Dio è, a sua volta, costitutivo per il diritto. Possiamo ora ampliare questa visione facendo un altro passo avanti: l'adorazione, la giusta modalità del culto, del rapporto con Dio, è costitutiva per la giusta esistenza umana nel mondo; essa lo è proprio perché attraverso la vita quotidiana ci fa partecipi del modo di esistere del «cielo», del mondo di Dio, lasciando così trasparire la luce del mondo divino nel nostro mondo. In questo senso il culto ha di fatto - come abbiamo detto a proposito dell'analisi del «gioco» - il carattere di un'anticipazione. Esso prefigura una vita più definitiva e, in tal modo, dà alla vita presente la sua misura. Una vita in cui manca tale anticipazione, in cui il cielo non è più abbozzato, diverrebbe plumbea e vuota. Per questo non esistono società totalmente prive di culto. Persino i sistemi decisamente ateistici e materialistici hanno realizzato nuove forme di culto, che risultano però solo illusorie e che inutilmente cercano di nascondere la loro nullità nella loro ampollosa millanteria. 

  Con ciò arriviamo a un'ultima riflessione. L'uomo non può «farsi» da sé il proprio culto; egli afferra solo il vuoto, se Dio non si mostra. Quando Mosè dice al faraone: «noi non sappiamo con che cosa servire il Signore» (Es 10,26), nelle sue parole emerge di fatto uno dei principi basilari di tutte le liturgie. Se Dio non si mostra, l'uomo, sulla base di quell'intuizione di Dio che è iscritta nel suo intimo, può certamente costruire degli altari «al dio ignoto» (cfr. At 17,23); può protendersi con il pensiero verso di lui, cercarlo procedendo a tastoni. Ma la vera liturgia presuppone che Dio risponda e mostri come noi possiamo adorarlo. Essa implica una qualche forma di istituzione. Essa non può trarre origine dalla nostra fantasia, dalla no-stra creatività, altrimenti rimarrebbe un grido nel buio o una semplice autoconferma. Essa presuppone qualcosa che stia concretamente di fronte, che si mostri a noi e indichi così la via alla nostra esistenza. Di questa non arbitrarietà del culto vi sono nell'Antico Testamento numerose e impressionanti testimonianze. In nessun altro passo, però, questo tema si manifesta con tanta drammaticità come nell'episodio del vitello d'oro (o meglio, del torello). Questo culto, guidato dal sommo sacerdote Aronne, non doveva affatto servire un idolo pagano. L'apostasia è più sottile. Essa non passa apertamente da Dio all'idolo, ma resta apparentemente presso lo stesso Dio: si vuole onorare il Dio che ha condotto Israele fuori dall'Egitto e si crede di poter rappresentare in modo appropriato la sua misteriosa potenza nell'immagine del torello. In apparenza tutto è in ordine e presumibilmente anche il rituale procede secondo le prescrizioni. E tuttavia è una caduta nell'idolatria. Due cose portano a questo cedimento, inizialmente appena percettibile. Da una parte la violazione del divieto delle immagini: non si riesce a mantenere la fedeltà al Dio invisibile, lontano e misterioso. Lo si fa scendere al proprio livello, riducendolo a categorie di visibilità e comprensibilità. In tal modo il culto non è più un salire verso di lui, ma un abbassamento di Dio alle nostre dimensioni: Egli deve essere lì dove c'è bisogno di Lui e deve essere così come si ha bisogno di Lui. L'uomo si serve di Dio secondo il proprio bisogno e così si pone in realtà al di sopra di lui. Con ciò si è già accennato alla seconda cosa: si tratta di un culto fatto di propria autorità. Se Mosè rimane assente a lungo e Dio diventa quindi inaccessibile, allora lo si porta al proprio livello. Questo culto diventa così una festa che la comunità si fa da sé; celebrandola, la comunità non fa che confermare se stessa. Dall'adorazione di Dio si passa a un cer-chio che gira intorno a se stesso: mangiare, bere, divertirsi. La danza intorno al vitello d'oro è l'immagine di questo culto che cerca se stesso, che diventa una sorta di banale autosoddisfacimento. La storia del vitello d'oro è un monito contro un culto realizzato a propria misura e alla ricerca di se stessi, in cui in definitiva non è più in gioco Dio, ma la costituzione, di propria iniziativa, di un piccolo mondo alternativo. Allora la liturgia diventa davvero un gioco vuoto. O, ancora peggio, un abbandono del Dio vivente camuffato sotto un manto di sacralità. Ma alla fine resta anche la frustrazione, il senso di vuoto. Non c'è più quell'esperienza di liberazione che ha luogo lì dove avviene un vero incontro con il Dio vivente. 

2. Bibliografìa particolare Parte prima Capitolo primo 

Sul tema del gioco occorre soprattutto far riferimento a J. Huizinga, Homo ludens, Amsterdam 1939, così come al prezioso libro, tutto basato sui Padri, di H. Rahner, Der spielende Mensch, Johannes Verlag, Einsiedeln 1952. R. Guardini, nel suo Lo spirito della liturgia, ha ampiamente sviluppato la particolare natura della liturgia a partire dall'idea di gioco, aggiungendo però successivamente un capitolo «Sulla serietà della liturgia», che limita considerevolmente l'idea del gioco [ediz. ital., Morcelliana, Brescia 19614. Nuo-va edizione del 1987 insieme con l'altra significativa opera di Guardini, / santi segni, Morcelliana, Brescia 1987].

Saturday, March 28, 2015

復活祭 2015

復活祭 2015

皆さん、奇跡は起きるものだと思いますか?奇跡はあり得ないと思う人は多いのではないでしょうか。奇跡とは何か、その定義はなでしょうか。奇跡は、自然界に起きない出来事、と言われることがあります。奇跡は自然法則を破るから、あり得ないのだと。死んだ人は、自然界ではよみがえることはまいので、復活はあり得ないのだと。
けれども、物事の見方を変えれば、奇跡はそっちゅう起こっています。例えば、ディエゴ・アルマンド・マラドーナというサッカー選手がいます。彼は、得点能力に優れて、すごいプレーで有名です。奇跡としか思えないような技をみせました。フリーキックでボールを蹴って、前に20人ぐらいいるのに誰も止めることのできないかたちで、ボールをネットに入れます。力学的に分析すれば、何の法則も破っていない。
フォン・カラヤンという指揮者がいます。中でもカラヤンの「運命」と「未完成」をカップリングしたLPは日本で約150万枚を売り上げた。カラヤンの指揮したコンサートは、奇跡としかいいようがないと言われています。音楽は、科学的に分析すれば、音なんですね。空気の中にある窒素と酸素の分子は波になって空気を通って耳に届くような仕組みです。何の法則も破っていない。
今のスパーコンピュータにベヘトベンの協奏曲やバッハのカンタータを作曲させようと思っても、できないですね。いくら技術を積み重ねても及ばないのです。やはり、違う次元のものが働いています。
カラヤンのような指揮、あるいはマラドーナのようなプレーは私達凡人にはできません。カラヤンもマラドーナも練習しましたよ、けれでも私たちはいくら練習しても及ばないのです。練習の生む技ではなくやはり奇跡です。この人たちは、タレントを持っていました。あるいは才能を持っていたと言われます。それは、親から譲ってもらったこともはない。カラヤンの父親は音楽家ではなかった。マラドーナの父親はサッカー選手ではなかった。タレント、才能はどこから来るのか、やはり別世界からですね。私たちはコントロールのできない世界から来るのです。我々はコントロールのできない別世界があって、そこからこの世界に影響があって、奇跡が起こるのです。奇跡は自然界を破るのではなく、それを完成するのです。英語でジニャスですが、日本語で天才と言いますね。天からの才能ですね。神曲を書いたダンテとかモナリザを書いたレオナルド・ダビンチとかは、千年に一度しか現れない天才がいます。一年に一度しか起こらない奇跡。復活は二千年前に起こった奇跡です。それ以来ずっと話題となっています。キリストの復活は!自然の法則をやぶるのではなく、完成するのです。
神父様は、奇跡がそっちゅう起きると仰っるのですが、僕は一回も見たことがないと誰かいうかもしれない。あのね、君は線路の近くに住んでいないのに、電車があなたの窓の前に通るのを見ることができると思いますか?電車を見たいなら、電車の通るところにいかないといけないでしょう。奇跡も、起きやすい場所と時間があります。あるいは起きない場所と時間があります。あなたは日米安全保障条約の採択に立ち会っていないでしょう。ペニシリンの発見にも、東条英機の自殺にも立ち会ったことがないでしょう。そういうことを見るためには、歴史的政治的な曲がり角に立っていなければならないわけです。奇跡も、霊的世界の曲がり角に起こります。
私のおばあさんは、子供の頃テレビでサッカーの試合を見ていましたら。「いい年しているのにショートパンツをはいて、男たち22人は一個のボールを追いかけています」と言っていました。この程度しかサッカーの知識を持たなかった(賢い人で立派な信仰者でしたが)私のおばあさんは、マラドーナ、ペレ、ベッケンバウワのすごいプレーを見ても、感動しないでしょう。サッカーセンス、サッカーに対する感覚、音楽に対する感覚、知識、情熱が必要でしょう。同じように奇跡を信じる素直さがないといけない。
奇跡を見るために信仰が必要と言われます。あなたは、殉教者となる覚悟もないのに、あるいは宣教師になりたい思いもないのに、信じる心もないのに、奇跡を見たいのであれば、ちょっと無理があるでしょう。奇跡を見たいならば、奇跡が起きる場所と時間に行きなさいよ。
奇跡のない世界は、音楽のない世界、スポーツのない世界と同じように、つまらない世界です。奇跡を信じない人は「現金な人」になりがち。「現金な人」打算的」要するに、あまり乗り気ではないとか否定的な人が、何らかのメリット(物品とか地位とか)を提示された途端に肯定的に変貌する様子ですね。
一番身近なことだと、泣いてる子供にお菓子やおもちゃをあげると急に元気になるとか。
奇跡のない世界は、現金な世界となる。教会は現金な団体となってしまわないために、奇跡を信じる必要がある。奇跡は教会に似合うのです。
03は東京の市外番号ですか。0.3パーセント東京の市外番号見たいなパーセントを持ってる団体は、政治的な働きで社会を変えようと思ったら、それこそ起きない奇跡なんです。それは、迷信です。あるいはごまかし。やはり、教会こそ奇跡を語る、復活を語る団体になるべきでしょう。社会を明るくするための奇跡の語り方、これは私たちのかだいでしょう。



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Monday, February 16, 2015

5 Lent B

四旬節B年 第5主日 
 ヨハネによる福音書 12:20-26

  
ある難民キャンプですっかり気力を失ってしまった子供がひとりいまして、手足もすっかり細くなってしまい、お腹だけがやけに膨れている子供がおりまして、おそらく親もどこかで死んだか途中で生き別れたか、とにかく一言も口をきかずにただジーッと空を見つめたままの子供がいたのです。流動食も受けつけないし、薬も飲まない。ただ死を待つばかりであったというのです。そこに一人のボランティアの青年でピーターと呼ばれる青年がやってまいりまして、その子の世話を自分がしようといって引き受けるわけです。ピーターはその子を抱いて地べたに座り込むんです。そして、二日二晩、自分のトイレに行く時間だけははずして、あとはズーッと抱き続けるんですね。三日目、この子に反応がでます。この子が笑うようになったというのですね。犬養道子さんはその時の様子をこういうふうに書いています。「自分を大切に思ってくれる人がいた。自分は誰にとってもどうでもいい存在ではなかった。この意識と認識とが無表情の石のように閉ざした子供の顔と心を開いたのだ」と書いておられるのです。 < 犬養道子『人間の大地』から >

 
この子供にとってボタンティアの青年は、おそらく数多く働いているボランティアの中のひとりにすぎないのです。そして、難民キャンプの中ではたえずボランティアたちは忙しく立ち働いているわけです。おそらくは、手が回るはずもない、どうせ何もかばってくれるはずはない、そういうひとりの青年でありました。そういうふうに見ても差しつかえのない立場にいるんです。ピーターにとっても同じことであります。この子は数多い同じような境遇の中にいる子供のひとりであります。いずれは、その辺りでばたばたと死んで行く子供のひとりででしかない。もし、このピーターが行ってその子供をかき抱かなければ、お互いに気づかずに、一方は忙しく立ち働きですね、一方は人知れず死んで行く。そしてそのことが少しも難民キャンプでは不自然ではない。そのままでも、ピーターはよいボランティアであり得るし、その子供はやむを得ず死んで行く。そのような状況の中でしか生きることができなかったひとりの子供です。そうした中で、青年がその子供をかき抱くことによって、その子に笑顔が戻って来るのですね。いったいそれは何だろうかということを思うのであります。 

< 「一粒の麦」とは何か > 

 聖書の中でのイエスとの出会い、それも同じようなことが言えるかも知れないと思うのです。今日の福音書を読みますと、お祭りでギリシャ人が神殿に上ってきたと書いてあります。おそらくは、異邦人であって、このいわばユダヤ人たちと同じ信仰を持とうとして、改宗した人たちであったと思われます。おそらくは、そのままイエスに出会うことなく過ぎたとしてもよい信仰者でありうるそういう存在であります。けれども、聖書はイエスとの出会いが起こることによってそのままでは過ぎない何かが起こった、ということを教えている。その内容をイエスはここでギリシャ人に対して、「わたしは一粒の麦だ」ということをおっしゃるのですね。もちろん、このことばはイエスご自身のことを指しているということは確かなことです。しかも、イエスご自身は、自ら一粒の麦として死ぬということは十字架にかかって自分は死ぬ、やがて受け止めるべき自分の定めをここで、こうしてギリシャ人たちに指し示しすわけであります。けれども、この一粒の麦ということの中には、それをギリシャ人に向かってイエスがおっしゃったということを考えますともっと深い意味があるように思うのであります。 

 
「一粒の麦」というのは、これは「どうでもいい存在」なんですね。イエスと出会うなどということは、もしイエスが一粒の麦であるといたしますと、これは、どうでもよいことかも知れない、ということを暗に示しています。 

 
あの難民キャンプの中で大勢の子供とボランティアという関係があった。あるいは、病院では大勢の患者とスタッフの関係がある。学校でたくさんの生徒と先生の関係がある。教会で信者同士の関係がある。ある意味ではその中で起こる出会いはどうでもよいことかも知れないのです。それはそれで、それぞれ成立をするんです。ボランティアである青年は難民のためにミルクを配り、とうもろこしの粉を配るのです。そして忙しく立ち働くことで自分はボランティアの働きをしていると思うこともできる。はるばる遠くからやって来て、難民キャンプで苦労している自分を見れば、「ああ、自分はよいことをしている」ということで済むのです。あるいは、飢え死にをする子供は大勢いる子供の中のひとりですから、自分が死ぬということは、難民キャンプの中では、人から見る時には「やむを得ないこと」として受け止めることもできるのです。「かわいそうだけれども、こういう状況では仕方がない」そういうふうにしか思うことができないところに生きている子供であります。それはそれでそれぞれに成立するところを生きている。ある意味では、青年も子供も「一粒の麦」です。その他大勢の中のひとりなんです。 

 
ギリシャ人だってそうです。自分たちは改宗者として敬虔な祈りを捧げている、それですむのです。イエスというお方を見て、通り過ぎることだってできる。ある意味ではどうでもよいところをギリシャ人たちは歩いているんです。イエスご自身はだからギリシャ人に向かって「わたしは一粒の麦だ」とこうおっしゃる。ギリシャ人から見てイエスは、まことに一粒の麦です。大勢の中のひとつなんです。見えないかも知れない、そこをイエスはあえて自分を「一粒の麦」として立ち向かっていらっしゃるんですね。その「一粒の麦が死んで」ということの中に、その「どうでもよいところを一歩踏み込むことによって全く違った世界が広がる」ということを、「死ぬ」という言葉の中にイエスは表現していらっしゃるんです。一歩踏み込むということは、どうでもよいところを突き抜けるということであります。 

 
ギリシャ人たちはフィリポのところへ来て「イエスにお目にかかりたい」と言っています。フィリポはアンデレのところに行ってそのことを話し、アンデレとフィリポはイエスのところへ行くと、つまり大変に手間暇をかけているわけです。一粒の麦である、あるいはどうでもよいかも知れない、そのイエスのところに手間暇をかけてギリシャ人たちは行っている。それは一歩の踏み込みであります。それは自分の中にあるあの「どうでもよい」とする、「このままでもよい」とするあの部分を死なせることであります。いわば自分の中の一粒の麦を殺すことであります。その時、一粒の麦はなくてならぬ食べ物に変身をするのです。一粒の麦が死んで多くの実を結ぶとイエスはおっしゃるんです。イエスが一粒の麦として死んで下さったということと同時に、わたしの中にある一粒の麦を死なせるということがここではまたギリシャ人たちに求められているということを学び取ることができるように思うのであります。それは「どうでもよい」部分に一歩、わたくしどもがもう一歩踏み込むということであります。 

< 出会いにおけるもう一歩の踏み込み > 

 わたくしどもの中にも、どうでもよい一粒の麦がたくさんあると思うんです。その一粒の麦は、一粒の麦ですから目にとまらないかも知れない。どうでもよいと思うことかも知れない。そこをほったらかしてもちゃんと自分は自分として生きていけるかも知れないのです。ギリシャ人たちが敬虔な信仰者であったように、そのことは残り続けるのです。けれども、一歩の踏み込みがあることによって、その一歩の踏み込みとはどうでもよい部分を自分の中で死なせることによって、じつはその部分はキリストご自身であることを知るのです。 

 
わたくしどもの中にあります一粒の麦、どうでもよいと自分が思っている部分こそ、じつはキリストご自身に他ならない。そのキリストご自身がここでは、わたしのために死んでいてくださる、ということをまざまざと知るのです。そのことをじつは今日、ここでイエス様はわたくしどもに教えていてくださるように思うのです。
(1988年3月20日 四旬節第5主日礼拝説教  テープ起こし 、賀来周一牧師
http://www4.big.or.jp/~joshiba/message/sermon/102.htm
 

 
「私たちの中で最高の信仰生活をしていると思っている人は一人もいないと思う。これでは足りないのだと自分をむち打つような思いをみな持っていると思う。しかし、それができない。家族があるとか、仕事があるとか、立場上いろいろなことのために信仰生活が中途半端になっている。しかし、死ぬときには育児の最中だからとか、仕事が忙しいだから少し待ってくださいとは言えない。小さい子供をのこして「かわいそうに」と人が思うときでも、人は死んでいく。そして死んだら、そのあとのことは全然心配できない。死ぬとは、だめになってあとかたもなくなってしまうことです。死ぬとは、責任を神様が持ってくださると信じてゆだねていくことです。




 

4 Lent B

四旬節B年 第4主日 
 ヨハネ3・14-21 
今日の福音はエジプト脱出の時に砂漠で起きた「炎の蛇」の出来事で始まります(民数記21・7-9参照)。神に逆らってエジプトへ戻ろうとしたヘブライ人は、エジプトのファラオの権力のシンボルである蛇にかまれると死にますが、モーセが旗竿に掲げた「青銅の蛇」を見ると命を得ます。そしてモーセは、人々を癒やす方は蛇ではなく、主なる契約の神であることを思い出させます。 
 モーセが荒れ野で蛇を上げた。これは、聖書をよく知っており、黙示思想に親しんでいるユダヤ人には意味をなしますが、ユダヤ教徒ではない異邦人には分かりにくいので、著者は、一四節の言葉が指している十字架・復活のキリストの出来事を、「神は世を愛して、そのひとり子を与えてくださった」出来事として、その意義を説明しています。 
 神は世を愛された ところで、「世」とは、ヨハネ福音書では神に背を向け、神に敵対する人間世界の総体です。「神が世を愛された」というのは、神が自分に敵対する者たちを愛されたということです。すでにパウロは、「わたしたちがまだ罪人であったときに、キリストがわたしたちのために死なれたことによって、神はわたしたちに対する御自身の愛を示しておられるのです」(ローマ五・八)と言っています。このことを、ヨハネは「世」という用語を用いて語っているのです。自分を愛する者を愛するのではなく、自分に敵対する者を愛するところに、神の愛の質が表されています。すなわち、イエスが取税人や遊女をそのまま受け入れた愛されたように、神はその愛を受ける資格のない者たちを、無条件で愛されるのです。神の愛が無条件・絶対であることが「神は世を愛して」の一句に込められています。 
私たち人間は、この世の価値観ですべてを判断します。たいてい自分の立場から語るのであって、神の側に立つことはできません。しかしイエス様は、神の側から語られたみ言葉です。つねに神の側に立って発想し、それをこの世の言葉で語るのです。神の側と人の側の両方に立てる方なのです。ですから、この世の言葉であって、この世の言葉ではないのです。だからこそこの世を救う言葉なのです。私たちはこの世の価値観を、神におしつけてはならないのです。かえってこの世の価値観を、神の価値観で見直さなければならないのです。

モーセが荒れ野で上げた蛇は、青銅の蛇でした。人々をかんだ燃える蛇は、不平不満の蛇でしょう。エジプトの奴隷状態から解放されたイスラエルの民は、その自由のありがたさを感謝するどころか、奴隷時代の食事(たまねぎばかり食べていたといわれているのに)を思い出して不平を言ったのです。 
人は、目先のことしか見えないのです。人があまりにも長いあいだ奴隷状態に置かれると、自由のありがた味を忘れ、奴隷の時をなつかしみ、あまつさえ(amasse その上にさらに)昔の状態にもどることを望むのです。自由にしてもらったことを、うらむことさえします。奴隷のほうが楽だからです。そして感謝すべき事柄を、不平不満に変えてしまうことによって、人の心は死んでしまうのです。感謝すれば生きる心が、ブツブツ言うことによって死ぬのです。物事を感謝して受け取るか、不平不満を言って受け取るかは人の自由です。でもその受け取り方によって、その人の生き方が決まるのです。つまりその人の責任なのです。イエスは暗闇と光を一度に歩むことはできないと知らせると同時に、光か闇かを選ぶように促されます。

しかし人を殺す燃える蛇が、燃える蛇でありながら燃えない青銅の蛇に変わり、人々がそれをあおぐ時、燃える蛇にかまれた人々は皆生きたというのです。それはイエス様を指し示すしるしでした。イエス様ほどひどい目にあった人はいません。何の落度も理由もなく・最大の悪人として抹殺されてしまいました。何の罪もなかったのにです。つまり人の価値観が神の価値観を否定し、十字架につけたのでしょう。この世の価値観を貫くため、神を消そうとしたのです。神を神とする時、人は人であるにもかかわらずです。
人の子は上げられなければならない、とイエス様は言います。神の価値観をおしつけず、むしろ人の価値観におしのけられる形で、神の価値観をうち立てようとなさったのです。イエス様は、人の価値観にのみこまれながら、なお神の価値観を説きました。いちばん粗末にあつかわれ、ボロぞうきんのように捨てられ、殺されながら、一言も不平不満を口にしませんでした。神への愛と人への愛を告白しながら殺されたのです。つまり極限の状況の中で証明されたのは、彼の愛だったのです。皆から認められている時、愛を語り、人々を愛することはやさしいでしょう。しかしイエス様はすべての人から拒まれ捨てられる時、なお愛を語り、神と人を愛し通したのです。つまり不平不満の機会を、すべて自分のエゴを神と人とにささげる機会にしたのです。明るい光の下で語られたのではなく、真っ暗闇の中で語られた愛の言葉だからこそ重みがあるのです。イエス様の価値観は、この世の価値観に敗れたのです。しかし、負けたように見えながら、その中でこそ神の愛の価値観が勝利したのです。この世の価値観の真ん中に、神の愛の価値観が十字架の形にうち立てられたのです。私たちは神の価値観を十字架につけるべきではなく、私たちの不平不満をこそ、十字架につけるべきなのです。この世の価値観で十字架を見るのではなく、十字架の価値観によって、この世と私の人生を見るべきなのです。(静)苦しんでいる人類の中心に立てられた十字架を見つめる私たちの目が、変容していくかどうか、愛と光を発見していくかどうかが、この世で生きる私たちに与えられている課題です。



3 Lent B

1 Lent B

四旬節B第1主日 
 創世記(9:8-15)使徒ペトロの手紙(Ⅰ3:18-22)マルコによる福音(1:12-15
   ヨルダン川で洗礼者ヨハネから洗礼を受けた後、主イエスは「神の霊」によって荒野へと押し出され、そこで40日間、サタンより誘惑/試練を受けられたことが記されています。マタイ福音書とルカ福音書が誘惑の内容を詳しく述べるのと対照的に、マルコ福音書はその誘惑/試練の内容には全く触れていません。マルコはただ淡々と、短いけれども決然とした筆致で、イエスのヨルダン川での洗礼、荒れ野での試練、ガリラヤでの宣教開始について記している。マルコにとってはそれらの出来事はワンセットなのです。 

 
12節の「それから」というのは「すぐさま」とも訳せる言葉ですが、誘惑/試練がイエスの洗礼と密接な関わりを持っているということを告げています。受洗時に霊が鳩のようにイエスに降ってきた。その霊がイエスをすぐさま荒野へと追いやってゆくのです。「あなたはわたしの愛する子。わたしの心に適う者」という天からの促しが主イエスを荒野へと押し出してゆく。マルコ福音書は誘惑/試練の内容については沈黙していますが、それはおそらくイエスの父への信頼を突き崩そうとする誘惑/試練であったと思われます。 

 
私たちも洗礼を受けたときに神さまからの霊をいただきました。「あなたはわたしの愛する子。わたしの心に適う者」という神さまからの根源的な存在の肯定をいただいているのです。その神さまからの促しを得て私たちもまた、イエスさま同様、私たち自身も人生においては、神の霊によって荒野へと押し出され、悪の力(サタン)から苦しく辛い誘惑/試練を受けるということが確かにあると思います。私たち自身にとって荒野の誘惑/試練が何を意味しているのかということを問いたいと思います。 
 我々の人生にも自分が決断するのではなく、知らないうちに後ろから押し出されるように困難に踏み入ってゆく時がある。そしてそこで重荷を担わされることがあります。その背後には聖霊の押し出しがあるのかもしれないと思わされることがあります。 
 < 現代の荒野としての現代人の孤独 > 
 実は聖書の「荒野」という言葉には、「孤独な、人里離れた、寂しいところ」という意味もあります。従って、「荒野における試練」とは「孤独における試練」と訳することもできないことはない。現代の荒野は現代人の孤独だと思います。そのような孤独の中で、私たちは悪(サタン)の誘惑/試練を受けるのです。それは神を信じることのできない者として、愛を信じることができない者として、虚しさと絶望と滅びへと落ちてゆくように私たちをいざなう誘惑です。 
 マザーテレサには次のような言葉があります。「人間にとって最大の悲惨は、あなたは誰からももはや必要とされていないと感じることです。それこそが、人間にとってもっともむごい、さびしい、つらいことです。『あなたはもう必要ではない』 そのとき人は倒れます」と。 

 
誰からも必要とされていないと感じること、そのことの辛さを私たちは体験的に知っています。私たちは何か人の役に立ちたいという願望を心の深いところに持っています。なぜでしょうか。誰からも必要とされていないと感じたくないからです。こんな自分でも誰かが自分を必要としてくれている。そう思いたいのです。しかし何かができるから、何か人の役に立てるから誰かが自分を必要としてくれているというDoingの次元、行為の次元における考え方は、何もできなくなったときには役に立ちません。病気になったときや次第に老いて体が動かなくなってきたときには人の役に立たない、誰からも必要とされていないということになり、とても辛くなってしまうのではないでしょうか。 
 しかしそうではない。私たちが何ができようができまいが関係なしに、私たち自身の存在そのもの、Beingそのものの次元こそが大切なのです。 
神はノアに言います。「わたしは雲の中にわたしの虹(にじ)を置く。これはわたしと大地の間に立てた契約のしるしとなる。」(創世記9:13)と。「雲の中に虹が現れると、わたしはそれを見て、神と地上のすべての生き物、すべて肉なるものとの間に立てた永遠の契約に心を留める」(16節)というのです。本日の福音書に「イエスは、野獣と一緒におられたが、天使たちが仕えていた」とありますが、おそらくこの言葉には、神との全被造物との間のノア契約が思い起こされているのでしょう。すなわちそれは荒野に虹が架かっている状態です。マザーテレサが愛の乏しいカルカッタという現代の荒野に愛をもたらして虹のように輝いて生きたように、イエスは荒野の虹として生きたのです。そしてまたそのようなお方につながっている私たちもまた、小さないのちそのものを大切にし、希望の乏しい場所、愛の渇く場所に神の契約のしるしである虹を架けるような働きを求められているのかもしれないと思います。 
 私たち現代人の孤独は真実の「愛」というものを信じることができなくなったところにあるのではないかと思われます。家庭や学校や職場や社会において人間関係が崩れているのです。バベルの塔が崩された後、人間が大地に散らされて言葉が通じなくなった時のように、互いに心が通じ合わなくなっているという現実がある。人間は昔も今も孤独の中で孤立して苦しんでいるのではないかと思われます。あまりに愛のない出来事が多い。否、愛を否定する酷いテロや戦争や凶悪な犯罪が毎日のように起こり、人々の命がまるで虫けらのようにいとも簡単に殺されてゆく。どこに愛があるのか。神はどこにいて何をしているのか。どこにも神の愛がないではないかと私たちは絶望的な気持ちになります。 
 しかし、実は愛が信じられなくなるということは現代人の特徴に限られるわけではありません。聖書の中ではアダムとエバの最初から愛を信じることができなくなった孤独な人間の悲惨が描かれています。苦難とは私たちを神の愛から引き離そうとするサタンの誘惑であるとも言える。神の愛が信じられなくなること。それがサタンの目的です。しかし同時に苦難の中で私たちは救いを求め、信仰に導かれてきたという側面もあります。苦難は滅びへの誘惑であると同時に救いへと通じる試練でもあるのです。苦難とは、ちょうどコインに裏と表があるように、サタンの側から見れば誘惑ですが、神の側から見れば試練ということになりましょうか。 
困難な誘惑/試練の中にあっても、再び勇気を抱いてこのように世の中を見回せば本当に多くの隠れた虹が輝いていることにも気づかされます。孤独な荒野にも神の契約のしるし、愛のしるしが与えられている。十字架への孤独な苦難の歩みを始められた主イエス・キリストにこそ、私たちのための神からの虹が輝いていることを覚えつつ新しい一週間を過ごしてまいりましょう。お一人おひとりの上に神さまの守りが豊かにありますように。 アーメン。 

Saturday, January 3, 2015

主の公現

主の公現
1月4日
マタイ2・1―12
クリスマスには、教会がたくさんの人でいっぱいになります。その中の信者でない人たちの中には、もう少し詳しくキリスト教のことを勉強しようと、勇気を振り絞って教会の門をたたく人たちもいらっしゃいます。長い期間をかけて準備し、受洗の恵みを頂かれるのですが、残念なことに教会の中の人間関係につまずいて、教会を離れてしまわれる方々もいらっしゃいます。教会内の人間関係に疲弊して、教会の中にいらっしゃるイエス様を見いだせなくなるのだと思います。
真理を探究する過程で、さまざまなことにつまずきながらも、真理を求め続けた人として、聖アウグスチヌスは、私たちにとって善き模範の一人だと思います。彼は若いころ、善悪二元論のマニ教を信奉したり、懐疑主義に陥ったりしましたが、倦(う)むことなく真理を探究し続け、母モニカの祈りにも支えられて、最終的にはカトリック教会で洗礼の恵みを頂きました。彼が残した次の言葉の中に、彼の生涯にわたる真理探究の姿勢が表れています。「あなたは、私たちをご自分に向けてお造りになりました。ですから、私たちの心は、あなたの内に憩うまで安らぎを得ることができないのです」(告白録)。
さて、今日の福音に登場する占星術の学者たちも、真理を探究する人々でした。彼らは、旅してユダヤの地にまで達するのですが、そこで東方で見た星を見失ったのでしょうか。「ユダヤ人の王としてお生まれになった方は、どこにおられますか。私たちは東方でその方の星を見たので、拝みに来たのです」と尋ねています。東方に住んでいた彼らが、ユダヤ人の王としてお生まれになった方を拝みに来たのは、「この王様が自分たちの救い主でもある」という強い確信からです。それは、ひとえに神様からの啓示によるものです。彼らは、ヘロデにも呼び寄せられました。それは命がけの面会だったと思います。彼らが王の言葉を聞いて出かけると、東方で見た星が先だって進み、ついに幼子のいる場所の上に止まります。彼らが東方で見た星を、再度見いだした瞬間です。そして最終的に彼らは、母マリアと共におられた幼子に出会い、贈り物をささげて、幼子を拝むことができました。何という喜び。
私たちは、真理を探究する人々のために、幼子イエスへと導く星になることができたらと思います。神様を求める人は、時には星を見失うこともありましょう。しかし、神様の導きがあれば、そしてそれに従って歩めば、その人たちは幼子イエスの元へ導かれるのです。


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